Lettera di Papa Francesco ai Congressi internazionale di diritto penale e dell'associazione susamericana di diritto penale e criminologia, tratta dall'Osservatore Romano di domenica 8 giugno 2014

11.06.2014 18:59

Pubblichiamo la lettera di Papa Francesco ai partecipanti al XIX Congresso internazionale dell’Associazione internazionale di diritto penale e del III Congresso dell’associazione latinoamericana di diritto penale e criminologia. L’intervento è tratto dall’Osservatore Romano, , ed. quotidiana, Anno CLIV, n.129, Dom. dell’8 giugno 2014:

Signor Presidente e signor Segretario Esecutivo,

Con questo messaggio, desidero far giungere il mio saluto a tutti i partecipanti al XIX Congresso Internazionale dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale e al III Congresso dell’Associazione Latinoamericana di Diritto Penale e Criminologia, due importanti fori che permettono a professionisti della giustizia penale di riunirsi, scambiare punti di vista, condividere preoccupazioni, approfondire temi comuni e trattare problematiche regionali, con le loro particolarità sociali, politiche ed economiche. Insieme ai migliori auspici affinché i vostri lavori rechino abbondanti frutti, desidero esprimervi il mio ringraziamento personale, e anche quello di tutti gli uomini di buona volontà, per il vostro servizio alla società e il vostro contributo allo sviluppo di una giustizia che rispetti la dignità e i diritti della persona umana, senza discriminazioni, e tuteli dovutamente le minoranze. Sapete bene che il Diritto Penale richiede una messa a fuoco multidisciplinare, che cerchi di integrare e di armonizzare tutti gli aspetti che confluiscono nella realizzazione di un atto pienamente umano, libero, consapevole e responsabile. Anche la Chiesa vorrebbe dire una parola come parte della sua missione evangelizzatrice, e in fedeltà a Cristo, che è venuto per «proclamare ai prigionieri la liberazione» (Lc 4, 18). Perciò, desidero condividere con voi alcune idee che serbo nell’animo e che fanno parte del tesoro della Scrittura e dell’esperienza millenaria del Popolo di Dio. Fin dai primi tempi cristiani, i discepoli di Gesù hanno cercato di far fronte alla fragilità del cuore umano, tante volte debole. In modi diversi e con svariate iniziative, hanno accompagnato e sostenuto quanti soccombono sotto il peso del peccato e del male. Nonostante i cambiamenti storici, tre elementi sono stati costanti: la soddisfazione o riparazione del danno causato; la confessione, attraverso la quale l’uomo esprime la propria conversione interiore; e la contrizione per giungere all’incontro con l’amore misericordioso e risanante di Dio.

1. La riparazione. Il Signore ha poco a poco insegnato al suo popolo che esiste un’asimmetria necessaria tra il delitto e la pena, che non si pone rimedio a un occhio o un dente rotto rompendone un altro. Si tratta di rendere giustizia alla vittima, non di giustiziare l’aggressore. Un modello biblico di riparazione può essere il Buon Samaritano. Senza pensare a perseguitare il colpevole perché si assuma le conseguenze del suo atto, assiste colui che è rimasto ferito gravemente sul ciglio della strada e si fa carico dei suoi bisogni (cfr. Lc 10, 25-37).

Nelle nostre società tendiamo a pensare che i delitti si risolvano quando si cattura e condanna il delinquente, tirando dritto dinanzi ai danni provocati o senza prestare sufficiente attenzione alla situazione in cui restano le vittime. Ma sarebbe un errore identificare la riparazione solo con il castigo, confondere la giustizia con la vendetta, il che contribuirebbe solo ad accrescere la violenza, pur se istituzionalizzata. L’esperienza ci dice che l’aumento e l’inasprimento delle pene spesso non risolvono i problemi sociali, e non riescono neppure a far diminuire i tassi di criminalità. E inoltre si possono generare gravi problemi per la società, come sono le carceri sovrappopolate e le persone detenute senza condanna... In quante occasioni si è visto il reo espiare la sua pena oggettivamente, scontando la condanna senza però cambiare interiormente né ristabilirsi dalle ferite del cuore. A tale proposito, i mezzi di comunicazione, nel loro legittimo esercizio della libertà di stampa, svolgono un ruolo molto importante e hanno una grande responsabilità: sta a loro informare correttamente e non contribuire a creare allarme o panico sociale quando si danno notizie su fatti delittuosi. A essere in gioco sono la vita e la dignità delle persone, che non possono diventare casi pubblicitari, spesso addirittura morbosi, condannando i presunti colpevoli al disprezzo sociale prima che vengano giudicati, o forzando le vittime, per fini sensazionalistici, a rivivere pubblicamente il dolore provato.

2. La confessione è l’atteggiamento di chi riconosce e si rammarica della propria colpa. Se il delinquente non viene sufficientemente aiutato, se non gli viene offerta un’opportunità perché possa convertirsi, finisce con l’essere vittima del sistema. È necessario fare giustizia, ma la vera giustizia non si accontenta di castigare semplicemente il colpevole. Bisogna andare oltre e fare il possibile per correggere, migliorare ed educare l’uomo affinché maturi da ogni punto di vista, di modo che non si scoraggi, affronti il danno causato e riesca a reimpostare la sua vita senza restare schiacciato dal peso delle sue miserie. Un modello biblico di confessione è quello del buon ladrone, al quale Gesù promette il paradiso perché è stato capace di riconoscere il suo errore:

«Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male» (Lc 23, 41).

Siamo tutti peccatori; Cristo è l’unico giusto. Anche noi qualche volta corriamo il rischio di farci trascinare dal peccato, dal male, dalla tentazione. In tutte le persone la capacità di fare molto bene convive con la possibilità di causare tanto male, anche se lo si vuole evitare (cfr. Rm 7, 18-19). E dobbiamo domandarci perché alcuni cadono e altri no, essendo della stessa condizione umana.

Non poche volte la delinquenza affonda le sue radici nelle disuguaglianze economiche e sociali, nelle reti della corruzione e nel crimine organizzato, che cercano complici tra i più potenti e vittime tra i più vulnerabili. Per prevenire questo flagello, non basta avere leggi giuste, è necessario formare persone responsabili e capaci di metterle in pratica. Una società retta solamente dalle regole del mercato e che crea false aspettative e bisogni superflui, scarta quanti non sono all’altezza e impedisce ai lenti, ai deboli e ai meno dotati di farsi strada nella vita (cfr. Evangelii gaudium, n. 209).

3. La contrizione è il portico del pentimento, è quel sentiero privilegiato che porta al cuore di Dio, che ci accoglie e ci dà un’altra opportunità, sempre che ci apriamo alla verità della penitenza e ci lasciamo trasformare dalla sua misericordia. Di essa ci parla la Sacra Scrittura quando descrive l’atteggiamento del Buon Pastore, che lascia le novantanove pecore che non hanno bisogno delle sue cure e va a cercare quella errante e sperduta

(cfr. Gv 10, 1-15; Lc 15, 4-7), o quella del Padre buono, che accoglie il figlio minore senza recriminazioni e con il perdono (cfr. Lc 15, 11-32). Significativo è anche l’episodio della donna adultera, alla quale Gesù dice: «va’ e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11). E allude al contempo al Padre comune, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e piovere sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt 5, 45), Gesù invita i suoi discepoli a essere misericordiosi, a fare il bene a chi fa loro del male, a pregare per i nemici, a porgere l’altra guancia, e a non serbare rancore...

L’atteggiamento di Dio, che primerea l’uomo peccatore offrendogli il suo perdono, si presenta così come una giustizia superiore, allo stesso tempo equanime e compassionevole, senza che ci sia contraddizione tra questi due aspetti. Il perdono, di fatto, non elimina né sminuisce l’esigenza della correzione, propria della giustizia, e non prescinde neppure dal bisogno di conversione personale, ma va oltre, cercando di ristabilire i rapporti e di reintegrare le persone nella società. Mi sembra che sia qui la grande sfida, che tutti insieme dobbiamo affrontare, affinché le misure adottate contro il

male non si accontentino di reprimere, dissuadere e isolare quanti lo hanno causato, ma li aiutino anche a riflettere, a percorrere i sentieri del bene, a essere persone autentiche che, lontane dalle proprie miserie, diventino esse stesse misericordiose. Pertanto, la Chiesa propone una giustizia che sia umanizzatrice, genuinamente riconciliatrice, una giustizia che porti il delinquente, attraverso un cammino educativo e di coraggiosa penitenza,

alla riabilitazione e al totale reinserimento nella comunità.

Quanto sarebbe importante e bello accogliere questa sfida, perché non cadesse nell’oblio. Che bello sarebbe se si compissero i passi necessari affinché il perdono non restasse unicamente nella sfera privata, ma raggiungesse una vera dimensione politica e istituzionale per creare così rapporti di convivenza armoniosa. Quanto bene si otterrebbe se ci fosse un cambiamento di mentalità per evitare sofferenze inutili, soprattutto tra i più

indifesi.

Cari amici, procedete in questa direzione, poiché comprendo che in ciò sta la differenza tra una società includente e una escludente, che non mette al centro la persona umana e prescinde dagli avanzi che non le servono più. Mi congedo da voi affidandovi al Signore Gesù, che nei giorni della sua vita terrena, fu arrestato e condannato ingiustamente a morte e s’identificò con tutti i detenuti, colpevoli e non («carcerato e siete venuti a trovarmi», Mt 25, 36). Discese anche su quelle oscurità create dal male e dal peccato dell’uomo per portarvi la luce di una giustizia che nobilita ed esalta, al fine di annunciare la Buona Novella della salvezza e della conversione. Egli, che fu ingiustamente spogliato di tutto, vi conceda il dono della saggezza, affinché i vostri dialoghi e le vostre considerazioni si vedano ricompensati dal successo.

Vi chiedo di pregare per me, perché ne ho tanto bisogno.

Cordialmente,

FRANCESCO

Vaticano, 30 maggio 2014